Brave New Alps

L’Aquila 27-30.12.2009

2009

Qualche giorno dopo Natale 2009 siamo partiti per L’Aquila, spinti dal desiderio di capire meglio in quale situazione si trovino il capoluogo ed i paesi del ‘cratere’ nove mesi dopo il terremoto e quali scenari stiano producendo i vari progetti di soccorso – governativi e non – ormai ben avviati o in fase di completamento. Abbiamo deciso di partire anche perché, come molti altri oggigiorno, siamo sospettosi delle notizie che ci giungono attraverso i mass media e, tanto più, di quelle intermittenti e contraddittorie sulla situazione aquilana. Per comprenderla meglio, dobbiamo ‘vivere’ o, per lo meno, osservare da vicino la situazione per provare a darle un senso; guardando lì dove le telecamere non si soffermano, avendo più tempo e lo spazio mentale necessario per una riflessione più accurata.
Qui sotto un parzialissimo resoconto della nostra breve esperienza e dei sottoprodotti mentali che ne sono derivati.

Primo giorno

Il 27 dicembre arriviamo all’Aquila dopo 7 ore di viaggio in auto. I primi segni del sisma che ci accolgono, già in autostrada, sono i cartelli rossi della Protezione Civile, installati per facilitare il flusso dei soccorsi. Poco più tardi, cercando l’ostello che ci ospiterà durante la nostra visita, collocato a qualche chilometro a ovest della città, a parte notare poche case in legno e delle tende qua e là, passiamo nei pressi di uno dei nuovi quartieri facenti parte del progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili) , avviato dal Governo Berlusconi ed ormai praticamente ultimato. Vediamo dei condomini a tre piani, eretti su pilastri antisismici, dal look moderno e variopinto tipico delle case-clima. La cosa bizzarra è che questo complesso sorge in mezzo al nulla, accanto alla strada statale, a 4 km dall’Aquila.

Ovviamente sbagliamo strada e, percorrendo una strada di campagna nei pressi di Scoppito, passiamo nei pressi di un agglomerato di casette in legno. Sono praticamente tutte pronte all’utilizzo. Sono disposte ordinatamente lungo un pendio, collegate da sentieri di ghiaia, anch’esse in mezzo al nulla. Ci incuriosiscono, ma la voglia di arrivare all’ostello ci spinge a proseguire.

Due ore più tardi, ormai al calare della notte, lasciamo l’ostello e ci dirigiamo verso l’Aquila. Seguiamo le indicazioni per il centro e, percorrendo la via 20 Settembre, ci troviamo immediatamente affiancati a destra e sinistra da condomini popolari, probabilmente costruiti negli anni ‘60, che sono quasi tutti ricoperti di crepe, bucati, semi-crollati e ovviamente svuotati dei loro abitanti. L’intonaco e’ caduto in grossi pezzi, lasciando scoperti i mattoni. Molte pareti sono forate, come se fossero state trapassate da grossi proiettili. Dove i muri di mattoni – incastonati nelle gabbie di cemento armato – sono crollati si intravedono soffitti caduti o pendenti. Alcuni palazzi sono completamente sventrati. Edifici più antichi in pietra, di maggiore valore, sono puntellati, stretti in gabbie d’acciaio o da larghe cinghie. I cornicioni in marmo crollati sono disposti ordinatamente sul marciapiede. Molti pilastri, gonfi per il peso eccessivo da reggere, sono anch’essi stretti da cinghie o parzialmente ricostruiti con tubi di metallo. Macerie che aspettano di essere rimosse si ammassano in grossi mucchi. Qua e là sono appese luci natalizie ma solo poche sono in funzione.
Lo scenario ci colpisce come un pugno. I pensieri si confondono, vediamo una città che sembra bombardata e da qualche parte sale l’immagine degli abitanti di Beirut che, dopo la guerra del 2006, passano in macchina attraverso la loro città distrutta. Ci prende una strana sensazione, un misto di curiosità o, meglio, di voyeurismo e un senso di colpa per essere lì ad osservare questa scena tragica.

Dopo una salita che sembra infinita arriviamo finalmente vicino al cuore della città. Parcheggiamo e ci avviamo a piedi verso la parte vecchia. Sembra che l’esercito controlli tutti i punti d’accesso agibili al centro con mezzi blindati e jeep. Alcuni soldati sono armati. Non siamo soli, anzi, ci troviamo ad esser parte di una folla di gente che, come noi, cammina al buio e in silenzio tra i palazzi, che sono sostenuti in più punti da immense strutture di tubi neri che assomigliano a delle ragnatele.

laquila_centro_night_structure

laquila_centro_night_dome

laquila_centro_night_mercur

laquila_centro_night_steel

laquila_centro_night_people

laquila_centro_night_cinghie

L’Aquila è una città bendata. Una folla di esseri stanchi, tenuti insieme da cinghie che impediscono loro di esplodere. Con il buio interrotto qua e là da luci arancioni e bluastre il tutto assume un’atmosfera surreale. Ci sembra di partecipare ad una marcia funebre. Alcune delle vie sono chiuse ma anche ben illuminate, il che le fa sembrare delle vetrine di un museo – non toccare, vietato calpestare.

laquila_centro_night_vetrine

Ci imbattiamo anche in un mercatino di Natale semi-funzionante, dove un gruppo di danza greco si esibisce ‘per portare festa e allegria agli antichi fratelli aquilani’. La gente è poca e non sembra del posto.
Torniamo in ostello. Dobbiamo digerire quello che abbiamo visto. Al momento non sappiamo cosa pensarne.

Secondo giorno

La mattina dopo ritorniamo al complesso di casette in legno che avevamo brevemente intravisto nei pressi di Scoppito il giorno precedente. A parte qualche lavoratore non vediamo altre persone nel villaggio che sembra essere ancora disabitato. Quindi decidiamo di risalire la collina per scattare alcune foto dell’intero insediamento. Individuato un posto propizio, veniamo immediatamente avvicinati da una signora anziana che vive con la sua famiglia non lontano dalle nuove case. È molto espansiva, ci invita a prendere il caffè e ci racconta della vita in campagna e delle pecore che alleva con suo marito. Parla poco del terremoto. Il sisma ha lasciato illesa la sua abitazione e in genere l’accaduto sembra essere un fatto lontano dalla sua quotidianità perché, di fatto, quest’ultima non ne è stata influenzata. “La strage arricchisce chi è già ricco ed impoverisce chi è già povero” sono le uniche parole che pronuncia a proposito. Suo marito ci spiega che le casette di legno sono state costruite dalla ditta farmaceutica tedesca Sanofis-Aventis, avente sede a qualche chilometro di distanza. Per i propri dipendenti colpiti dal terremoto.

casette

Proseguiamo verso L’Aquila. L’intenzione è quella di andare a sentire cos’ha da dire Dario Franceschini che col PD ha donato dei soldi per incoraggiare la ripresa delle imprese aquilane e che terrà un discorso. Cerchiamo il luogo della manifestazione nella zona industriale di Pile, ma di nuovo, ovviamente, non troviamo quello che stiamo cercando. Così ritorniamo in via 20 Settembre. Parcheggiamo la macchina all’inizio della salita e ci avviamo a piedi verso il centro. Vogliamo vedere ciò che ci è sfuggito passando in macchina la sera prima. Troviamo quattro pompieri, che sembrano essere i soli a lavorare in questi giorni prima di capodanno. Ci spiegano che possiamo girare liberamente, a patto di non oltrepassare le transenne, e così iniziamo a passeggiare fra le case rotte e vuote. Qui la maggior parte degli edifici ha subìto danni molto gravi ma è curioso vederne alcuni – quasi certamente costruiti nello stesso periodo – praticamente illesi. Sembra, in genere, che i condomini costruiti con mattoni pieni piuttosto che con quelli forati abbiano retto molto meglio, tanto che un intero blocco di queste case viene attualmente rinnovato. Pare che gli altri non ci si fidi nemmeno a sfiorarli.

20settembre1

20settembre3

20settembre4

laquila_centro_libri

Rifacciamo lo stesso percorso attraverso il centro storico della sera prima. Ci sono molti vigili del fuoco che stanno lavorando nelle parti interdette al pubblico. Ce n’è un manipolo che sta pranzando sotto una tettoia di lamiera adibita a mensa. Ogni nucleo di vigili che proviene da un’altra città italiana, una volta terminato un lavoro – tipo il puntellamento di una chiesa – lascia un’insegna, fabbricata sul posto, che attesta la provenienza di quell’aiuto.

laquila_centro_chiesa

Ridiscendiamo dalla parte opposta della città in cerca di via Strinella, dove secondo un signore del posto dovrebbe trovarsi la sede di 3e32 , uno dei vari comitati autonomi di cittadini nati all’indomani del sisma. No-profit, autogestito, a-partitico e di sinistra, questo network vede la propria missione nella promozione della partecipazione degli aquilani al processo di ricostruzione, nel contrastare la mancanza di trasparenza nelle decisioni imposte sulla popolazione da parte dello stato e nell’incentivare la comunicazione all’interno della società civile, estremamente frammentata a causa della catastrofe e delle misure di soccorso attuate dal governo (come la deportazione in centinaia di tendopoli sparse in tutto il ‘cratere’, chiuse con il primo di dicembre, i progetti C.A.S.E. e M.A.P. – Moduli Abitativi Provvisori – e l’allocazione di migliaia di persone in alberghi della costa adriatica e caserme, che al momento sono ancora più di cinquemila).

Via Strinella si trova dietro il centro storico, qui le case sono meno danneggiate di quelle in via 20 Settembre ma sono comunque vuote. Il fatto strano è che alla maggioranza di questi palazzi non viene nemmeno messa mano. Sembrano semplicemente abbandonati. Condomini in cemento armato lasciati ad un destino incerto.
Alcuni negozi lungo la via sono aperti ma c’è comunque una desolazione totale. Vediamo uno striscione firmato 3e32 – “Proteggiamoci dal protettore”. Chiamiamo il comitato, visto che non troviamo la sua presunta sede in via Strinella. Veniamo guidati nel giardino dell’ospedale di Collemaggio. Camminiamo fino a lì, passando davanti alla basilica, tutta retta in piedi da una rete immensa di tubi metallici. A presiederla un altro blindato dell’esercito. Due degli abeti che attorniano il piazzale che sta di fronte alla basilica, specularmente opposti uno all’altro, sono addobbati con delle tristissime luci natalizie. È un immagine surreale. Ci fermiamo per fare una foto.

collemaggio

Raggiungiamo la sede di 3e32 nel parco del vecchio ospedale neuro-psichiatrico. Dopo esser stato costretto a trasferirsi varie volte, il comitato ha deciso di occupare una piccola costruzione vicino ai container del ASL e di costruirci accanto un’altra casetta di legno da destinare a media lab e abitazione. Ci accolgono lì ed uno dei ragazzi gentilmente cerca di fare luce sulla situazione attuale delle zone terremotate. E, in sostanza, ci spiega che al momento c’è poca chiarezza su come stanno le cose. Per esempio, i criteri per i quali certe persone e certe zone vengono aiutate sono poco trasparenti, non è chiaro il modo in cui avvenga l’assegnazione di alloggi nei progetti C.A.S.E. e M.A.P. Inoltre, l’intera situazione viene rappresentata in modo molto parziale, non accurato e contraddittorio dai media. Pare anche che i vari comitati nati dopo il terremoto, dopo un iniziale momento positivo e costruttivo, ora siano disconnessi fra di loro, che le energie inizino a mancare, con il conseguente pericolo di arrendersi all’apatia e alla fiducia nell’aiuto da parte dello stato. Pare che gli aquilani non sappiano esattamente cosa porterà il futuro. Le notizie che giungono a proposito di quanto tempo la gente dovrà ancora attendere in questa situazione di stallo, se e dove la ricostruzione avrà luogo, le modalità e i tempi che definiscono il condono delle tasse ai terremotati ecc. sono confuse. Le iniziative di organizzazione dal basso sono rare, poco durevoli e poco interconnesse.

Circa la storia di 3e32, ci viene spiegato che il gruppo si è formato poche settimane dopo il sisma. I membri iniziali erano tutti stati accomodati in una delle tendopoli della Protezione Civile. Le regole imposte all’interno del campo, comprese quelle riguardanti le informazioni e le persone che potevano entrare, uscire e circolare, erano molto rigide. Così un gruppo di persone ha deciso di uscire dal campo per istituirne uno autogestito in un parco pubblico, rifiutando gli aiuti e le imposizioni statali. Poi, a settembre, con i primi freddi, i membri di 3e32 hanno dovuto cercarsi un posto al coperto che si potesse riscaldare e, dopo mille peregrinazioni, infine si sono insediati dove si trovano ora.

Siamo colpiti dalla loro situazione. È difficile resistere, ma è essenziale. Bisogna mettersi in gruppo per non rassegnarsi a disperazione e apatia e alle decisioni imposte dall’alto. Insieme si è più forti, si può discutere e sviluppare un pensiero in modo più articolato, sperando di essere presi sul serio da chi cerca di gestire la situazione non tenendo conto di quanto valore abbia la partecipazione delle persone colpite dal sisma al processo di ricostruzione.
Una delle cose dette e che più ci fa pensare è il fatto che, con una catastrofe del genere, parallelamente ad un riarrangiamento spaziale, avviene anche una completa riconfigurazione dei rapporti sociali della gente colpita. Questa riconfigurazione può presentarsi sotto forma di collante oppure può risultare nella frammentazione della popolazione, cosa che sta avvenendo all’Aquila.

Questi racconti fanno rabbia. Quello della Protezione Civile appare come un intervento di stampo militare, gestito dall’alto, distaccato dalla popolazione, assistenzialista al massimo. Viene escluso dal processo decisionale chi ha sofferto per il terremoto. Vengono prese decisioni poco trasparenti e questo irrita. Pianificazione partecipata sembra un termine ignoto. E chi, come 3e32 cerca di agire, non viene ascoltato né incoraggiato, anzi, viene ostacolato, trattato come agitatore, come anarchico.
Da persone si cambia status, si passa a terremotati. Si vive alla giornata.

È perfettamente comprensibile che fosse necessario prendere molte decisioni importanti in pochissimo tempo. La gente doveva avere un alloggio caldo, i bisogni primari dovevano essere soddisfatti. Ma questo non può giustificare il fatto che tali decisioni vengano prese senza considerare la situazione a lungo termine di chi ne sarà interessato. Il futuro aquilano dovrebbe poter esser gestito in modo emancipato. I terremotati sanno pensare, pianificare, agire. Forse degli interventi meno frettolosi e più riflettuti ed una maggiore fiducia nella popolazione avrebbero potuto o potrebbero aprire prospettive migliori per il futuro di quelle che si presentano ora agli aquilani.

Terzo giorno

Decidiamo di visitare alcune delle 19 new town del progetto C.A.S.E.. Sorte fra inizio giugno e adesso, a distanza variabile dall’Aquila pre-sisma, sembrano i frammenti di una granata . A prima vista questi quartieri appaiono moderni, al passo con i tempi, ma osservandoli da vicino sembrano piuttosto essere la versione attuale dello stesso tipo di case popolari erette selvaggiamente un po’ ovunque in Italia. Sono condomini in piena regola, costruiti per resistere nel tempo.

CASE7

Visitiamo i complessi di Sassa, Cese, Coppito 2 e 3, Bazzano e Paganica. Sono tutti in fase di completamento, alcuni sono più progrediti rispetto ad altri. Tutti i quartieri sono molto simili. Sembrano esser assemblati utilizzando due o tre tipi di edificio al massimo, i quali sono poi rivestiti con materiali di diverso tipo. Probabilmente questi progetti architettonici erano pronti già parecchio tempo prima del sisma per poi essere arrangiati qua e là nel ‘cratere’. Ci chiediamo quale studio di architettura li abbia concepiti. Tutti i condomini hanno tre piani e sono costruiti a mo’ di palafitta – con parcheggi fra i loro pali – oppure direttamente su placche antisismiche di cemento armato a livello terra. Ricordano parecchio i complessi moderni di social housing inglesi. Spesso ingresso dall’esterno, luci al neon rotonde al di fuori di ogni unità abitativa. Probabilmente all’interno mobili standard uguali per tutti. Una dotazione base di un numero preciso di divani, poltrone, scaffali, mobili da cucina, asciugamani, stenditoi e televisori, a seconda della composizione del nucleo famigliare.

CASE1

CASE3

CASE5

Molti dei quartieri sorgono nel nulla. Intorno solo campi. Molte famiglie si sono già insediate nel loro nuovo appartamento. In tutte le new town che abbiamo visitato aleggia un forte senso di isolamento. Sia in generale, dal resto degli aquilani, che a livello individuale. Viene da pensare che questi complessi non siano nulla di più che dormitori. Niente bar, niente luoghi d’incontro. Ognuno per i fatti suoi. Per ogni cosa che serve bisogna spostarsi. Preferibilmente in macchina visto che non tutti i quartieri sono connessi ai mezzi di trasporto pubblico. Sarà anche per via del tempo pessimo, ma questi luoghi mettono tristezza sia per quello che rappresentano che per come sono fatti.

CASE6

CASE4

CASE2

Per quanto tempo ci dovrà rimanere la gente? Le strutture sembrano più che durevoli, sembrano permanenti. Ci chiediamo che tipo di vita sociale si svilupperà in questi centri. Non si tratta solo di lavorare e dormire. Che forma assumeranno tutte quelle attività per le quali, teoricamente, la pianificazione urbana dovrebbe provvedere a degli spazi?

Sembra che i bisogni materiali immediati della gente vengano presi come pretesto per una ‘ricostruzione’ altrove, veloce e pressappochista. Questi edifici non sono affatto casette di legno temporanee. Sono fatti per restare. Una volta che i fondi destinati alla catastrofe saranno esauriti probabilmente tutti gli sfollati avranno di nuovo un tetto sopra la testa e il governo avrà mantenuto le sue promesse. Ma l’Aquila sarà molto diversa, fisicamente e socialmente esplosa, riconfigurata. Ma pare che questi aspetti, essendo difficilmente misurabili in anticipo, vengano considerati di minore importanza. Ed effettivamente nessuno può prevedere quali effetti questa pianificazione territoriale produrrà a distanza di qualche decennio. Ma intanto ne viene declamata la velocità da ‘record mondiale’.
I terremotati torneranno mai a popolare la vecchia città? Di cosa vive una città? Che scopo hanno monumenti e chiese ristrutturate se la città è spopolata?
Il progetto C.A.S.E. richiama alla nostra mente situazione dei campi palestinesi dove vivono i profughi deportati dalle loro abitazioni a seguito della guerra del 1948. I problemi di fondo sembrano simili: costruendo delle strutture permanenti – nei campi in Palestina come al di fuori dell’Aquila – si abbandona, di fatto, l’idea che la gente potrà fare ritono alle abitazioni dove vivevano prima della catastrofe.
Deve essere possibile trarre positività da una catastrofe. Ma assemblando questi complessi, si rischia di creare degli insediamenti-dormitorio privi di ogni servizio che soffocano altre prospettive più positive.

Muovendoci in questi nuovi spazi creati, appare chiaro come le immagini viste nei media traggano in inganno chi vi si espone. Si vedono case moderne ed ecologiche e si sente della gestione irreprensibile da parte dello stato. Per un attimo ci si sente rassicurati per poi passare ad altre questioni.

CASE_night11

CASE_night2

Nel primo pomeriggio ci spostiamo ad Onna, il paese maggiormente colpito dal sisma. 350 abitanti circa, distrutto all’80 percento, il 6 aprile qui sono morte 41 persone. Da quanto vediamo, le case erano per la maggior parte costruzioni molto vecchie, in pietra. La provincia di Trento ha sostenuto, insieme alla Germania e alla Croce Rossa, la costruzione del nuovo villaggio provvisorio di casette in legno. La positività di questo progetto è che in questo caso il nuovo agglomerato è stato costruito nelle dirette vicinanze del vecchio centro. Gli abitanti si sono opposti al piano della Protezione Civile che prevedeva la loro deportazione altrove, e hanno partecipato attivamente nella pianificazione del villaggio. La temporaneità di queste costruzioni fa da garante alla ricostruzione del villaggio originale e l’idea è che le casette provvisorie spariscano non appena il vecchio centro sarà stato ricostruito. Chiaramente, prima che questo avvenga passeranno anni, ma gli abitanti di Onna, a differenza di chi ora vive in una delle new town, sanno che prima o poi potranno rientrare nelle loro vecchie case. Nel complesso ci sembra di trovarci – nel senso buono del termine – in un villaggio turistico: la disposizione aperta e ‘comunicativa’ delle case sembra incentivare lo scambio fra gli abitanti. C’è anche una chiesa e al centro sorge un asilo che probabilmente funge anche da luogo d’incontro per i cittadini.

Proseguiamo verso Pescomaggiore, un paese minuscolo che sorge sulla cima di un colle, a quattro chilometri da Paganica. Anche qui molte delle case vecchie hanno subìto danni gravi o sono crollate. Vagando per il paese non incontriamo nessuno a parte una signora, il luogo sembra disabitato. Parliamo brevemente con due operai che stanno lavorando ad un piccolo M.A.P. (Modulo Abitativo Provvisorio), su un piazzale nei pressi del centro.
Qualche centinaio di metri al di fuori del paese vengono costruite altre 7 casette a risparmio energetico con muri in paglia e legno. Ma non si tratta di un altro progetto governativo. Questo è il progetto EVA (Eco Villaggio Autocostruito) . Scaturito dal Comitato per la rinascita di Pescomaggiore, il progetto era stato concepito già prima del sisma e pare che questo sia uno dei pochissimi casi in cui il terremoto abbia dato una spinta a qualcosa di positivo, autoiniziato, partecipato. Il Comitato è un’iniziativa che parte dal basso, in cui lo stato non centra, che ha lo scopo di far risorgere l’economia del paese e combattere lo spopolamento attraverso una combinazione di agricoltura bio-dinamica e turismo sostenibile. Un signore che sta lavorando come volontario alla casetta che verrà adibita ad uso comune ci spiega l’intero progetto, che è possibile solo grazie a donazioni e all’impegno di volontari come lui. Non abiterà in queste case, ma il progetto gli ispira fiducia e positività ed è per questo che partecipa attivamente alla sua realizzazione. Riguardo alle misure adottate altrove nell’aquilano è fortemente pessimista. Il terremoto vero, dice, si scatenerà ora che l’intervento dello stato sta per concludersi.

pescomaggiore2

pescomaggiore1

pescomaggiore3

EVA sembra un’eterotopia rispetto a quello che abbiamo visto fino ad ora. Qui qualcuno si sta rimettendo in piedi da solo. La palla viene colta al balzo. Si agisce in maniera solidale ed ecologica. Questo progetto fa sorgere speranza e voglia di diventare attivi!

Quarto giorno

Durante il viaggio di ritorno rilfettiamo di nuovo sulla parola riconfigurazione. Ridare forma a qualcosa. Il terremoto porta a una rimodellazione di tutto. Sia dal punto di vista fisico che delle relazioni sociali. Case, scuole, imprese, servizi distrutti. I contatti sociali cambiano con il sisma.
Ci chiediamo nuovamente se il sisma può essere un momento non puramente negativo. Le potenzialità ci sarebbero. Ma gli aiuti dovrebbero puntare ad un’emancipazione degli abitanti colpiti, non ad una loro disabilitazione attraverso un atteggiamento assistenzialista e aiuti proiettati rigidamente dall’alto. Gli aquilani devono esseri i soggetti che attivamente riconfigurano la loro città e il loro futuro.