Brave New Alps

RUN RUN RUN RUN – mostra e incontri sul vivere precario – 4-12 ottobre 2011

Poster: Caterina Giuliani and Melissa Destino

Giovanna Zanghellini e Caterina Giuliani – due designer che partecipano al Cantiere per pratiche non-affermative presso Careof – propongono RUN RUN RUN RUN, un’iniziativa (una mostra e una serie di incontri) volta ad analizzare ed interrogare il fenomeno della precarietà socio-economica che investe la contemporaneità. A partire dal 4 ottobre il “Cantiere” mette in dialogo progetti diversi che contestualizzano ricerche e problematiche comuni:

4-12 ottobre 2011 (inaugurazione 4 ottobre ore 18.30)
RUN RUN RUN RUN, una mostra a cura di Melissa Destino
ABITO, un progetto di Giovanna Zanghellini

4 ottobre 2011, ore 20
Incontro con San Precario

6 ottobre 2011, ore 16
Incontro col Carrotworkers’ Collective

7 ottobre 2011, ore 13
Incontro con Serpica Naro


 

RUN RUN RUN RUN – che dà il nome a tutta l’iniziativa – è una mostra a cura di Melissa Destino (1984 – vive a lavora a Bari) sullo stato di precarietà. Le prospettive dell’arte e del design si combinano tra loro e si confrontano con i punti di vista di un filosofo e di una psicologa con l’obiettivo di offrire uno scenario poliedrico e discutibile. La precarietà è una componente strutturale della società liquida, è una condizione che da una parte influenza la gestione dei mezzi di produzione – e conseguentemente la produzione stessa – e dall’altra è determinante nella sfera delle relazioni umane.
I lavori esposti puntano l’attenzione su inaspettate combinazioni tra geologia e romanticismo, sulla femminizzazione del lavoro, sul cambiamento degli spazi urbani e spostano l’interesse dalla dimensione del suono a quella dell’oggettualità tramite prospettive ironiche o asettiche.
La mostra che ora viene riproposta a Careof ha avuto precedentemente luogo per una durata brevissima in due spazi diversi di Londra, entrambi strettamente legati all’idea di precarietà: un centro sociale occupato e un negozio in disuso. La condizione effimera dell’esposizione si riflette nello stato di possibile revocabilità raccontato dai due luoghi che l’hanno ospitata.

ABITO, di Giovanna Zanghellini (1986).
Come stanno cambiando gli oggetti e il concetto stesso di casa in seguito alla crisi della stanzialità? Quali ‘meccanismi’ di adattamento potrebbero nascere? Può la nozione di precarietà venire alla luce in relazione a condizioni e pensieri riguardo l’abitare? ABITO nasce da una serie di riflessioni sul fenomeno della precarietà ed i suoi risvolti sull’abitare contemporaneo. Una serie di abiti vengono messi in scena rivestendo mobili e oggetti per adattarsi il più possibile al mutare dei contesti abitativi e ricreare un’atmosfera di familiarità in diversi luoghi. La loro funzione non è facilmente intuibile, sono infatti dei corpi mobili che non hanno un’identità stabile. Possono ricoprire una lampada, come le gambe di un tavolo o i rami di un albero. Ma la loro reale funzione è quella di riflettere il ‘modus operandi’ del precario: cedono a compromessi, fanno i salti mortali, diventano flessibili e a volte si abbattono. Si trovano al confine tra forma e senza forma, funzionale e simbolico. Il progetto diventa quindi veicolo di una storia, che non parla tanto di cose ma piuttosto di persone e del loro abitare precario.

San Precario è il patrono dei precari e delle precarie. San precario è irriverente beffardo e offensivo. San Precario è una mirabolante creazione dell’intelligenza precaria, un’espressione libera e indipendente da ogni partito e sindacato. San Precario è il protettore di chi lavora per un sottosalario, di chi soffre le sofferenze di un reddito intermittente ed è schiacciato da un futuro incerto che ci accomuna tutti: commessa e programmatore, operaio e ricercatrice.
San Precario è apparso per la prima volta il 29 febbraio 2004 in un Ipercoop di Milano, ma la sua consacrazione avviene ogni anno durante Mayday, la manifestazione del primo maggio precario che da dieci anni porta in piazza i precari d’Europa.
Da allora è stato usato e santificato da decine di gruppi di lavoratori, ha sbancato un rete, è sceso in piazza in tutta Italia, ha protetto i suoi fedeli e fatto tremare i loro sfruttatori.

Il Carrotworkers’ Collective è un gruppo di stagisti/e o ex stagisti/e con base a Londra. Provengono prevalentemente dai settori dell’industria culturale e creativa e si incontrano regolarmente per ridiscutere insieme le condizioni del lavoro autonomo nelle società contemporanea.

San Precario nel 2005, dopo la sua ampia diffusione come icona di movimento, ha generato il suo anagramma Serpica Naro, una stilista provocatrice virtuale al centro della beffa mediatica che ha infiltrato il calendario ufficiale della settimana della moda milanese per denunciare le condizioni dei lavoratori precari nell’industria della moda italiana.
Dal 2006 Serpica Naro si è trasformata un collettivo/associazione culturale non-profit che organizza eventi, laboratori e iniziative in particolare intorno ai concetti di proprietà intellettuale, soggettività nelle industrie creative, lavoro e precarietà nella moda.


 

Caterina Giuliani (1985 – vive e lavora tra Ancona e Milano)
Nel marzo 2011 si laurea presso l’ISIA di Urbino con una tesi sullo stato del dibattito critico attorno al graphic design in Italia, realizzando la piattaforma www.callforcriticism.com . Lavora come illustratrice e grafica freelance e nell’ultimo anno ha portato avanti delle ricerche indipendenti che indagano la relazione tra designer e contesto socio-politco in cui esso si inserisce. Ha contribuito alla mostra RUN RUN RUN RUN a cura di Melissa Destino con il progetto A matter of income, un video dove esprime lo stato di ansia dovuto alla mancanza di un reddito stabile e continuo.
www.caterinagiuliani.it

Giovanna Zanghellini (1986) vive e lavora tra Trento e Bolzano.
Nel 2010 si laurea alla Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano con un progetto di design del prodotto sulla precarietà esistenziale ed i suoi risvolti sull’abitare. La tesi indaga il ruolo degli oggetti quotidiani nel rendere ‘un’istantanea’ della realtà e raccontare storie di vita precaria.